24 Aprile 2017


che c´ di nuovo

Davanti ai tedeschi cantammo "Bandiera Rossa"

07-10-2008 - News Generiche
Convinti di fare cosa utile vi proponiamo una testimonianza di un partigiano fiorentino, l´amico Valerio Signorini, nella foto, che racconta un evento accaduto nel 1944 alle Fornacette.

Per ndf.it testimonianza di Valerio Signorini, partigiano fiorentino

Una fredda sera del recente febbraio 2003, nel tepore della mia casa
di Firenze, stavo seguendo il programma televisivo Ballarò. Vi si affrontava il problema della minaccia della guerra contro l´Iraq e si dibatteva sulle iniziative e le manifestazioni in atto o da intraprendere per la salvaguardia della pace. Gli ospiti della trasmissione si confrontavano sulla diversità dei giudizi e sulle conseguenti prese di posizione. A questo si aggiungeva il contributo di testimonianze da parte di realtà esterne, grazie a collegamenti televisivi con altri ambienti e persone. Durante uno di questi la mia attenzione fu sollecitata dalle parole degli intervistati decisamente caratterizzate dalla "calata" pisana del loro vernacolo e ancora di più dal nome della località collegata, Fornacette. Inaspettatamente la trasmissione aveva destato in me un´ondata di emozioni che mivriportava indietro di mezzo secolo. Di colpo la mente tornava ai miei vent´anni e alle due settimane, o poco più, vissute in quel piccolo paese di provincia nell´incertezza della sorte che attendeva me e i miei compagni di allora e con l´ansia delle decisioni da prendere per la nostra sicurezza. Ma procediamo con ordine. Inverno 1944: le armate anglo-americane sono ferme a nord di Napoli, sul fronte di Cassino. Mussolini, liberato dai tedeschi, ha fondato al nord la Repubblica sociale.Per mostrare agli amici nazisti che conservava ascendente e potere, vuole affiancare all´esigua schiera dei volontari accorsi a formare le lugubri "Brigate nere" anche un esercito regolare o almeno una parvenza di esso. Nel gennaio del ´44 il governo della Repubblica sociale emana un ordine di arruolamento obbligatorio per i nati dal 1922 al 1925. Tuttavia un gran numero di giovani, confidando nello stato di generale confusione e inefficienza, hanno pensato bene di non obbedire alla chiamata. Il governo fascista risponde a sua volta con un ultimatum che prevede l´arresto e la fucilazione per quanti, entro l´8 marzo 1944, non si presentino per essere arruolati.
Io, in quanto figlio unico di madre vedova, a cose normali avrei qualche possibilità di non dover partire, ma con la situazione com´è, non solo ho poche probabilità in tal senso, ma vengo addirittura aggredito e malmenato da facinorosi fascisti locali perché non sono già sotto le armi. Mia madre terrorizzata per le eventuali conseguenze a mio danno; devo purtroppo decidermi a rispettare gli ordini del bando fascista. Secondo le prescrizioni impartite mi presento dunque al comando delle forze armate repubblichine di Vercelli. Conosco appena l´ambiente militare per precedenti visite in cui ero stato abile e destinato alla Regia Marina, ma dal primo contatto con quel reparto a Vercelli noto che vi regna una confusione senza pari. Quantunque le mie generalità siano state subito registrate, intuisco che in quella situazione può essere possibile sfuggire all´arruolamento. Senza pensarci più di tanto, insieme a pochi altri, faccio dietro-front e riprendo il treno per Firenze. Mia madre mi accoglie con gioia,ma subito è presa dall´angoscia per le conseguenze che potrebbe avere il mio atto. Ma ti rendi conto - mi dice - che così facendo sei un disertore? Se ti prendono finirai al muro! Disperatamente mi scongiura fino a convincermi di riprendere il treno e tornare a Vercelli. Con il caos che vi regna, forse non si sono ancora accorti della mia breve assenza. Così fu infatti io, a marzo del
´44, finisco mio malgrado a far parte di un centinaio, o poco più, di giovani neo-arroluati in quel reparto dell´esercito di Mussolini.
Mancano però le divise, perciò, in abiti borghesi, ci mandano a fare i
marinai in riva. . . alle risaie del Piemonte. Trascorsi un po´ di giorni veniamo trasferiti nella vicina Pavia dove per lo meno c´è un fiume, da lì poi a Chiavari, sulla riviera ligure di Levante. Qui, da bravi marinai, benchè ancora in borghese, vediamo almeno il mare. I nostri comandanti diretti sono ufficiali italiani che hanno aderito alla repubblica di Mussolini, ma è chiaro che devono obbedire agli ordini impartiti
dai comandanti tedeschi. Lo spostamento successivo ci porta a Venezia dove restiamo solo pochi giorni. Qui veniamo vestiti con la divisa, però non si tratta della classica divisa blu del marinaio italiano. Ci fanno indossare l´uniforme del Battaglione San Marco, reparto speciale da sbarco della Marina, che veste una divisa grigioverde con pantaloni alla zuava e un basco in testa, ma con bavero, cravatta e cordone tipici della divisa marinara. Unica differenza con quella del San Marco è che l´uniforme che ci danno ha i pantaloni lunghi che cadono sulle scarpe anzichè finire negli scarponi a formare il rigonfio tipico della zuava. Indossare questa divisa ci secca assai. Lo farà ancora di più quando
verremo a sapere che il San Marco è agli ordini del principe Borghese, ha legato il suo nome ad azioni di repressione e rappresaglia. A Venezia veniamo anche armati con il moschetto mod. ´38, arma antiquata e quasi inutile di fronte ai mitra dei tedeschi e degli americani. Dopo il soggiorno veneziano, il trasferimento successivo ha come meta Livorno. Siamo alla fine di aprile e da due mesi ormai va avanti questo nostro peregrinare da una località all´altra. Scherzando ci chiediamo se hanno deciso di farci fare il servizio militare sui treni. Questo continuo viaggiare però non ostacola, anzi facilita, lo stabilirsi di rapporti cordiali tra noi e fa nascere belle amicizie. Proveniamo soprattutto da regioni del nord: piemontesi, milanesi, bergamaschi, molti veneti, pochi emiliani e qualche toscano. Tuttavia le differenze regionali non impediscono di intenderci benissimo. Presto ci rendiamo conto che tutti avversiamo il regime fascista e i suoi seguaci per aver trascinato l´Italia in guerra e noi sotto le armi. A Livorno veniamo acquartierati nella bellissima zona dell´Ardenza. Finalmente abbiamo in faccia il mare!
Livorno mostra però il volto drammatico di una città gravemente ferita
dalla guerra. Ha già subito numerosi bombardamenti aerei e gravissime sono le distruzioni e i danni alle strutture del porto e alle abitazioni. La maggior parte della popolazione ha abbandonato la città riparando nelle campagne, in piccoli paesi anche assai distanti da Livorno, che sono pieni di sfollati. Ed è proprio nel piccolo paese di Fornacette che anche noi veniamo trasferiti dopo circa un mese. Ci sistemano quasi all´inizio del paese, in un grande palazzo sulla via Tosco-romagnola.
Siamo alloggiati in quello che sembra essere un enorme magazzino situato al primo piano. Vi si sale da un doppio scalone esterno le cui rampe contrapposte si congiungono sul pianerottolo davanti alla porta d´ingresso. Il paese è presidiato dai tedeschi che hanno il comando nel grande palazzo davanti al quale hanno fatto costruire un robusto
rifugio in cemento armato. Piuttosto sorpresi per questa destinazione "campagnola", ci interroghiamo su quali possano essere le intenzioni dei loro comandi nei nostri confronti. Viste le notizie che giungono sull´andamento della guerra cominciamo ad essere seriamente preoccupati. Tutti i giorni due soldati tedeschi che hanno in consegna il nostro reparto ci fanno marciare su e giù per il paese e nelle strade adiacenti. Ci sentiamo come un gregge di pecore sorvegliati dai cani da pastore. Ci pare che la gente, forse credendoci al servizio dei nazisti, ci guardi con aria di odio e con disprezzo. Questo ci fa ancora più male per cui ci diamo da fare per allacciare rapporti con i paesani. Non è facile perchè di giovani nostri coetanei non se ne vedono in giro e le ragazze non ci danno molta relazione. Le inutili marce e la diffidenza dei paesani ci pesano e ci umiliano. Bisogna far qualcosa per dimostrare che non siamo fascisti e per far capire alla popolazione che la pensiamo proprio all´opposto. Così un giorno, di ritorno dalla consueta marcia, entriamo in paese al canto di Bandiera Rossa, nella totale indifferenza dei due tedeschi. Ancora mi chiedo se i "crucchi" non capivano ciò che si cantava o se fingevano, dato che erano solo in due e noi eravamo tanti. La cosa non sfuggì al comando che reagì inasprendo il trattamento nei nostri confronti, per fortuna senza spargimento di sangue. D´altronde anche loro, con l´esercito tedesco in ritirata e gli americani che avanzavano verso il nord, forse avevano più voglia di farla finita che di guerreggiare. L´episodio ci fece riettere sul senso del nostro trasferimento in quel piccolo paese dell´entroterra. Le notizie sui rastrellamenti di uomini validi e sulle deportazioni in massa verso la Germania ci convincevano sempre di più che il nostro prossimo trasferimento avrebbe potuto avere quella destinazione. Capimmo che era necessario e urgente farla finita con quella situazione.
Per nostra fortuna quella marcia e quel canto avevano segnato l´inizio
di una svolta nel rapporto con la popolazione di Fornacette. Ora molte
persone ci guardavano con simpatia. Quelli di noi apertamente più scontenti e disposti a disertare furono spinti dalla gente a gettare la divisa e aiutati a rivestire vecchi abiti borghesi per tornarsene a casa.
Alcuni di noi entrarono addirittura in confidenza con gli antifascisti fornacettesi che organizzavano clandestinamente la Resistenza contro i nazifascisti e si davano da fare per raccogliere armi destinate alla lotta partigiana. Per merito loro buona parte dei nostri fucili prese così la via della montagna. Con la scusa di un compenso per il nostro fucile, quelli di noi che dovevano affrontare un viaggio più lungo, oltre al vestito borghese ricevevano anche qualche lira. Ovviamente non vi furono soldi per quelli come me che abitavano abbastanza vicino. Infatti io me ne rientrai a Firenze a bordo di un camioncino carico di verdure destinate al mercato ortofrutticolo.Tornato nel mio quartiere, entrai subito in clandestinità e con i partigiani fiorentini partecipai attivamente alla lotta armata contro i nazifascisti e alla battaglia per la liberazione della mia città.

Signorini Valerio, 23.01.1924, nel 1940 condannato a 6 mesi con la
condizionale per non aver frequentato i corsi premilitari.
Ferito a Firenze in combattimento il 28.08.1944, in località Careggi.



Fonte: gdg

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